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hobevutoassenzio 
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I singhiozzi lunghi
dei violini d'autunno
mi feriscono il cuore
con languore
monotono.
Ansimante
e smorto, quando
l'ora rintocca,
io mi ricordo
dei giorni antichi
e piango;
e me ne vado
nel vento ostile
che mi trascina
di qua e di là
come la foglia
morta.





Non è nulla:
sono qui:
ci sono sempre




 

Non sapranno mai,
queste bellezze da
vignette,
questi prodotti avariati,
nati da un secolo
cialtrone,
questi piedi da stivaletti,
queste dita da nacchere,
soddisfare un cuore
come il mio.





 

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Diario
26405visite.

18 aprile 2008

Un aedo


E celebravo i dannati,
danze per fabbri di sventura,
archi per epoche di anime pie,
vinte da un dio che mai si ravvide

                                                ivano




permalink | inviato da hobevutoassenzio il 18/4/2008 alle 2:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

27 febbraio 2008

Navigar...

 
Sfoglio il diario della politica, mi intrufolo nelle sue pagine cercando di scorgervi righe intessute di qui ed ora, tento di cogliere una goccia di possibile nella navigazione per i gravosi mari : mi ritrovo a soffocare ed ansimare in un reale irreale, mi sento braccato tra giochi che fanno prigionieri e tra prigionieri che godono delle loro stesse catene. E, intanto, incede l’orizzonte della scomparsa.




permalink | inviato da hobevutoassenzio il 27/2/2008 alle 19:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa

21 novembre 2006

Un meridiano

Stretto in spirali d'autunno,
ubriacato da vertigini di foglie cadenti,
disteso su un letto di sogni meridiani,
da lì immortalo folli prigioni borghesi.
 
                                                                             ivano

                             




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14 novembre 2006


Il coraggio del silenzio

Contemplo, spesso, storie dal presente acido e iracondo, schiave di vertigini figlie d'altri tempi, mi intrufolo sempre più in tristi squarci dei nostri cuori, colmi di rabbia per quella che è la parola fine. Il tramonto di un amore, scambiato per l'amore, è longitudinale, attraversa le generazioni e i sessi, non guarda in faccia uomini o donne, ragazzine o bulli. Perchè finisce, l'idillio, perchè smettono, le carezze, e perchè ti ritrovi, dopo note a suon di magia, a dover rispolverare "la canzone dell'amor perduto"?
Che sia nella finzione primordiale la risposta? Che sia la voglia originaria di prendere a schiaffi la solitudine che ci porta a circondarci di un altro o di un'altra, senza minimamente intrufolarsi nei meccanismi della con-divisione? Del resto, quante volte la paura della solitudine anestetizza le domande sul nostro percorso, quante volte l'abitudine accompagna la coppia, pur se ormai s-coppia, mano nella mano? Le difficoltà che incrociamo, gli ostacoli nel peregrinare, le fitte trame del quotidiano possono regalare amare sorprese, è vero. Ma quanto c'è di vero nell'approccio iniziale, nel dirsi "ti amo", sapendosi ridicoli già al primo ritorno a casa? La verità probabile è in tutte quante quelle parole che elargiamo gratuitamente, in quegli interessi, passatempi pur frivoli di cui rivestiamo i nostri corpi invece spogli e amorfi, anonimi e mesti. Il coraggio del silenzio è ciò che manca, vittima di una moltitudine sola, carnefice dell'anima corteggiatrice.




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13 novembre 2006



La cosa più difficile da trovare nei legami amorosi è l'amore.
                                                                                                     F. de la Rochefoucauld





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2 novembre 2006


"La vita incagliata", romanzo di Attilio Del Giudice (Leconte, 2006). Librando (tra le righe) mi sono fatto la nuova rubrica.

 

“In piazza c’è stata una sparatoria, come nei cinema di sceriffi e la televisione ha parlato un sacco di questo fatto, che c’è stato una vittima innocente e questa vittima innocente era Rituccia”.Sembrano righe prese dalle cronache degli ultimi giorni, tra le strade di Napoli, arterie che tornano a parlare, troppo puntualmente e troppo ciclicamente, la lingua del sangue, in questa città dove scorrono lacrime che tingono di noir la quotidianità.Fino alla vita. Che è troppo spesso sofferta, stretta, repressa.“La vita incagliata”, romanzo del casertano Del Giudice,  è esplorare la vita della manovalanza, è scendere fino nei sobborghi dei sentimenti delle famiglie in odore di criminalità, è toccare le periferie e i centri dei rapporti tra affiliati; il lavoro di Del Giudice è riconoscere il camorrista come persona, è scandagliare i centri nevralgici della sua esistenza, di figli e mogli.Il compito più ostico è capire dove inizi e dove finisca la normalità.Nino, protagonista del romanzo, è figlio di Don Alfonso, genitore in odore di camorra, ma ragazzo come tanti, “normale” appunto: frequenta la scuola, passa i pomeriggi con Michele, il suo migliore amico, si invaghisce dell’insegnante venuta dal nord fino a confessare “io, quando mi faccio grande, mi voglio sposare alla maestra, che parla tischitoschi”; è, questa, la lingua settentrionale, idioma altro dal dialetto di Nino.La lingua del nord e del sud, e poi il vocabolario di Don Alfonso, dell’Onorevole e del Ragionieri: forse è qui che si pone una barriera, che si intravede un muro a spezzare i rapporti tra molteplici normali: nel linguaggio, in quella forma esclusiva di rapporti che pesca i propri termini dai codici del rispetto e dell’onore: “a disposizione”, “state tranquillo”, “una buona parola”.C’è come un’efficienza, nel muoversi di questi personaggi, che sembrano tenere in pugno le redini e i destini del mondo; figure e figuri che hanno in scacco anche le lingue e i pensieri di chi li circonda, vittime predestinate di un potere patriarcale secondo il quale le parole non dette, probabilmente, sono le migliori.È qui, non altrove, che si cementa il rapporto tra Nino e sua madre: affetto, solidarietà, e le rose per Nennella, povera bambina andata via troppo in fretta per accendere un pensiero su questo mondo tornato a tingersi, ancora,  di rosso sangue.






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29 ottobre 2006


Taranto, la pericolosa Cdl e i morti che cominciano a puzzare.

Non affannatevi a spiegare l'amaro che masticheranno le future generazioni quando saranno vigenti le mannaie fiscali a firma centrosinistra; non producetevi in indicibili sforzi per far godere l'elettorato vostro del qualunquismo anticomunista; non arringate la gente sparando a zero contro la fiscalità, la lotta all'evasione, le nuove aliquote irpef. Ma, soprattutto, non usate l'arma della imposizione locale per far fascinosi i vostri discorsi. Oppure, se avete coraggio, ditela tutta. L'amara verità di un ottobre 2006. Siamo a Taranto, città martoriata dalla fabbrica dei veleni, dove la morte per tumore ai polmoni è una lotteria che non guarda in faccia a nessuno, con la puzza che sommerge ogni tentativo di sviluppo altro, con il mare a soffrire di una morte che arriva via terra. Giungere a Taranto è incrociare con lo sguardo piramidi di polveri sottili che, volatili e leggere, si poseranno nei meandri reconditi del vostro apparato respiratorio e cominceranno, inevitabilmente, a scavare la vostra pleura. Potrebbe anche andarvi bene. Prima Cito e poi la Di Bello hanno tralasciato di toccare i problemi dei cittadini. Berlusconi, Fini e Casini, fino a un giorno non molto lontano, cantavano le gesta di Rossana Di Bello, ex sindaco della città dei due mari. Non perdevano occasione per dirne un bene sconfinato, e mentre una parte della città godeva delle regalie di una arrogante classe dirigente, un'altra chiedeva lumi sulle stranezze dei conti. Niente da fare, nessuna risposta, ma il tarlo del sospetto cominciava a rodere l'imperturbabile cortina di silenzi. Finchè arrivarono le dimissioni della signora di ferro, il Commissariamento, le indagini della Guardia di Finanza con arresti di dirigenti comunali rei di essersi gonfiati le buste paga in un sereno clima di "ognuno fa quel che può". Scandali su scandali, fino a quando la dichiarazione di dissesto, a firma del Commisario Blonda, è stata l'unica strada percorribile per la città che fu di Archita, filosofo greco. Ora Taranto non ha soldi per comprare le lampadine, non può permettersi l'illuminazione pubblica. A Taranto non si possono seppellire i morti e la puzza comincia a diventare insopportabile. Un'altra puzza, un'altra storia di destra.




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28 ottobre 2006


Cose nostre.

Il guaio più grosso è che i colpevoli di tutto questo, che chiameremo schifo, siamo noi; e poi ci lamentiamo che non cambia mai niente, che coraggiosi che siamo, noi. Quelli che una cosa diversa da questa non ce la possiamo, sappiamo e vogliamo immaginare o inventare, noi che una cosa lontana da questa fanghiglia non possiamo e vogliamo sperarla, noi che siamo pronti all’accusa, all’invettiva, ma non pensiamo che, forse, il lerciume è un riciclo, un mesto tornare indietro di tutte le nostre colpe, di cittadini (ed elettori) incapaci. A cui piace sguazzare nelle acque comuni perchè così ci sentiamo parte di un gruppo forte e robusto; ad andare dietro alle idee non si mangia, sappiamo dire, prima o poi verrà il giorno che il pane ti servirà e se speri che cambi qualcosa puoi solo sperare di morire comunishta (omaggio a Totò. Riina).
Questo, sappiamo dire: che i politici sono tutti uguali, che i politici tutti ladri sono; come se il ceto dirigente fosse composto da alieni, da occupanti il regno, non da candidati che si son fatti votare (per inciso, usando le debolezze di ipocriti, e non liberi, elettori). Sappiamo come elargiamo, tutti o quasi, il voto: credendo che Tizio, più che Caio, possa farci, un giorno, quel famoso favore. Ovvero sottomessi e, non neghiamolo, fieri di stare dalla parte del più forte. Certo, perché mica io voto il partito, io voto la persona, io voto l’amico, ormai il mondo va così, che pensi che sia diverso o che tu puoi cambiare la situazione? No, non è che è diverso, però potrebbe esserlo. Ma noi dovremmo costruire l’altro mondo possibile?  Al solo pensarlo mi viene da ridere. Noi, che quando prendiamo una multa per divieto di sosta non pensiamo tocca pagarla, pronti come siamo, invece,  a spulciare la rubrica che tanto adesso vediamo se l’assessore parla col comandante dei vigili. E i concorsi, che invece di metterci a cercare un libro pensiamo alla raccomandazione. C’è un posto nell’ultima fabbrica… e non mi dire che non pagheresti! Io pure cinquemila euro. In fondo, che male c’è ad essere tutti, nel proprio piccolo, quello che la mafia ha mutato in impresa.






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20 ottobre 2006


In morte della sinistra.

Un racconto si va narrando, dicono che sia l'inizio di una bella e nuova pagina di storia, il dipanarsi di una trama di lunga vita. Stanno intitolando questa nuova cosa "Partito Democratico" e io non sento, in giro, domande, interrogativi, arrovellarsi di militanze. Latitanze sì, ed è' l'esito di un percorso di svuotamento che doveva contenere la scomparsa, anche formale, di ogni riferimento alla sinistra. La somma di dirigenze, l'addizione di gerarchie prevede un copione di tutto rispetto: non si fanno domande retoriche, non si chiede ciò che si sa. E' la fine. Ontologica. Nelle cose. Lotta, opposizione, resistenza, rifiuto, nausea, utopia, sogno, ideale. La nostra grammatica, le nostre storie: manca solo la data, perchè il funerale del nostro comune vocabolario è già deciso.







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20 ottobre 2006


Bi-sogno.

Accendo le luci di un nuovo giorno, quello che ho e quello che non ho, conto di sopravvivere nel mare precario per approdare: dove, non so. Ieri sono scaduto, mi sono fatto scadere per la precisione, gravava su di me un contratto a progetto che, al limite, era schiavitù. Siamo circondati da schiavitù che non nominiamo. Sono, le più folli, di una follia borghese, chiamatele le leggi del "meglio di niente", di chi dice che il coraggio sta nell'affrontare il deserto. Io, al precariato del deserto, scelto dal di fuori, preferisco la mia silenziosa carovana che tende verso un miraggio. Ovvero, il sogno di una vita.






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